12 apr 2011

IL MIO INTERVENTO IN AULA DURANTE LA DISCUSSIONE DEL PROCESSO BREVE

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Signor Presidente e colleghi, alcuni di noi, alcuni colleghi in precedenza hanno letto, ed hanno fatto bene, parole, articoli, massime della nostra Costituzione. Anche io vorrei leggervi qualche cosa, proponendovi una suggestione. Una suggestione antica perché si tratta di parole scritte quasi cento anni fa, ma che si attagliano perfettamente – io credo – al nostro presente. È una suggestione antica che a me viene dal cuore, viene da vicende a me familiari, dalle terre da cui provengo. Sono illusioni antiche, illusioni di una città di vita. Nella città di vita si protegge – e lo leggo testualmente – si difende, si preservano tutte le libertà e tutti i diritti popolari. Si assicura l’ordine interno con la disciplina e con la giustizia. Si studia di ricondurre i giorni e le opere verso quel senso di virtuosa gioia che deve rinnovare dal profondo il popolo, finalmente affrancato da un regime uniforme di soggezioni e di menzogne; costantemente, si sforza di elevare la dignità e di accrescere la prosperità di tutti i cittadini cosicché il ricevere la cittadinanza possa dal forestiero essere considerato nobile titolo ed altissimo onore come era un tempo il vivere con legge romana. Tutti i cittadini dello Stato, di ambedue i sessi, sono e si sentono uguali davanti alla legge.
Io vorrei che fosse così anche l’Italia di oggi, dove si è fieri di essere italiani e dove tutti si è e ci si sente uguali davanti alla legge.
Queste parole erano di Gabriele D’annunzio, la Costituzione era lo Statuto della Reggenza del Carnaro proclamata l’8 settembre 1920, la città di vita era la città di Fiume

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10 feb 2011

Il Giorno del Ricordo: Il 10 Febbraio nel 150° dell’Unità d’Italia

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Questo e’ un 10 febbraio particolare, perché si celebra nell’anno del Centocinquantesimo dell’Unità d’Italia. E allora lasciatemi portare memoria, riflessione e pensiero oltre e più in là dei fatti tragici del secolo scorso che quel giorno evoca, dalle foibe al grande esodo. Perché, nell’inghiottitoio della damnatio memoriae sono finiti uomini e fatti, luoghi e pensieri che furono e sono parte della comune identità nazionale. Se padre Dante cantava nell’Inferno “sí come a Pola presso del Carnaro che Italia chiude e i suoi termini bagna”, e’ proprio la grande Arena, che precorre il Colosseo, a testimoniare con le pietre mute l’antica radice romana. I profughi di Pola (la latina Pietas Julia) lasciavano nel ’47 la città cantando sulla motonave Toscana il “Va’ pensiero”: loro sí, la Patria l’avevano perduta. Non come chi vagheggia un’inesistente Padania. Istriani, fiumani, dalmati illustrarono la storia d’Italia ed il nostro Risorgimento: da Niccoló Tommaseo da Sebenico (che scrive il primo dizionario dei sinonimi della lingua italiana) che con Daniele Manin proclama la Repubblica di San Marco sorta dai moti antiaustriaci del 1848, a Francesco Rismondo da Spalato, città di Diocleziano, che Gabriele d’Annunzio battezzò “l’Assunto di Dalmazia”; da Fabio Filzi, di Pisino d’Istria, impiccato con Cesare Battisti al Castello del Buon Consiglio, a Nazario Sauro, martire capodistriano, che lascia al figlio parole d’amore e di fede: “su questa Patria giura, e fallo giurare ai tuoi fratelli, che sarete sempre, dovunque e prima di tutto italiani”. La figura, il pensiero e l’azione di questi grandi, con il ricordo delle città da cui venivano, con i loro archi, le loro chiese, i loro monumenti, i loro leoni alati, va oggi associato alla memoria di Norma Cossetto e delle migliaia di caduti senza croce, scomparsi nelle voragini del Carso, quelle foibe che monsignor Santin, allora vescovo di Trieste e Capodistria definí “Calvari con il vertice sprofondato nelle viscere della terra”. Così come, il nostro pensiero deve andare a quei 350.000 che scelsero la via dell’esilio pur di rimanere liberi ed italiani. Scrisse Kipling: “nulla può dirsi concluso se non è concluso con giustizia”. Mi chiedo: per loro quel tempo è mai venuto? E noi, soprattutto, saremo capaci di fare acquisire tutto ciò alla comune coscienza nazionale? Oppure molti continueranno a considerare questa una piccola e fastidiosa storia di periferia? Il 10 febbraio serve -io credo – ad ammonire sulle tragedie della storia e a fare rigermogliare il seme dell’italianità. A casa nostra, dove molti l’han smarrita e lì dove e’ stata sepolta nelle profondità della terra, ma rifiorisce nella lingua che non muore e spera nell’Europa.

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